Pellegrinaggio 88 Templi Settsu

Diario di un pellegrinaggio. Giorno 2, parte 1

In cima alla salita la preghiera

Ōsaka è una città pianeggiante, eppure nel suo cuore esiste una gobba che la attraversa da Nord a Sud come un segno distintivo. Il dolce pendio, per me “salita della morte” – la chiamo affettuosamente così dalla prima volta che l’ho affrontata in bicicletta1 – da qualsiasi punto si parta, sfocia nella  Tanimachi-suji, un’arteria dove i templi stanno infilati uno dopo l’altro come su un pallottoliere. Il paesaggio urbano li ha ormai inglobati; alle loro spalle ci sono Shinsekai, i love hotel, Den Den Town, Kuromon, ma se mi concentro riesco a percepire l’aura mistica del passato. È da qui che inizia la mia seconda passeggiata.

Tempio Tōjiji

 Tōjiji 藤次時,  tempio n. 19

Il Tōjiji sorge all’incrocio fra la Sennichimae e la Tanimachi-suji, crocevia di un’intima memoria: un semplice appuntamento con due amiche una sera di giugno, l’aria densa del tramonto, la gioia di vivere mista a una malinconia lontana per il tempo che scivola via. All’esterno tutto è nuovo e rosa pesco con delicate linee bianche che tracciano i fianchi del recinto. Spiccano il portale rosso e nell’inquadratura dell’ingresso un minuscolo monaco di pietra, forse Jizō, ornato con un mazzolino di crisantemi gialli.

All’interno, come in altri santuari buddisti, sull’asse centrale si trova l’incensiere per bruciare bastoncini purificatori e dietro, in parte coperto, il padiglione principale, che mi attira come tutto ciò che sta nascosto. Mi avvicino all’edificio e noto un poster che raffigura l’attrazione del tempio, un’imponente statua lignea di Fudōsan2 in una sua versione più che mai terrifica.

Statua lignea di Fudōsan

Mi sfilo le scarpe, entro e il guardiano è lì, seduto di lato, immerso in una luce rossa, la capigliatura riccia, la mandibola sporgente, la pala di fuoco dietro di sé. So che non dovrei, ma infilo una mano in una maglia della grata protettiva e scatto qualche fotografia. Alla reception acquisto un’immaginetta sacra stampata su un foglio di carta giapponese color rosa pallido. Il monaco di servizio, leggendomi la curiosità negli occhi, dice: «Kisshōten», poi per sicurezza aggiunge anche il nome giapponese, Kichijōten. Un’altra divinità femminile sulla mia strada, dea della bellezza e della prosperità, la cui immagine si intreccia e sovrappone con quella di Benzaiten, più conosciuta e venerata. Di fronte alla gentilezza del monaco, mi sento ancora più colpevole per le foto rubate.

Jimyōin 持明院, tempio n . 22

Mi occorre fare il giro del caseggiato un paio di volte prima di individuare il piccolo Jimyōin, che finalmente si schiude davanti ai miei occhi come uno scrigno. Una graziosa nonnina ne sta pulendo l’ingresso. Non appena mi vede si fa da parte solerte e  si inchina per lasciarmi passare.

All’interno ogni elemento, piante, padiglioni, statue e persino il profumo dell’incenso è collocato con armonia e misurato decoro. Compio un rapido sopralluogo nel cortile e poi mi inoltro nel cimitero adiacente ai padiglioni. Le lapidi più antiche sono state disposte lungo il perimetro a formare una sorta di muretto; il tempo le ha imbrunite e rese friabili, la pietra spezzata, sfogliata e crepata in più punti. Ne tocco qualcuna, è porosa e ruvida, la sensazione sotto i polpastrelli è piacevole. Quando infine torno nel recinto principale provo a chiacchierare con la nonnina. «C’è qualche storia particolare su questo tempio?» Sembra che la domanda la colga impreparata, perché per un po’ si guarda intorno in cerca di un appiglio, poi inizia a raccontarmi del suo mondo: le piante, quelle da poco sfiorite, come il pruno, quelle che sbocceranno, o che saranno all’apice a breve. Soprattutto parla dei fiori. Più che indicarli sembra accarezzarli a uno a uno con parole magiche che svelano lo stupore per gli steli delicati, le infiorescenze dai colori tenui e il modo in cui puntellano il giardino da lei amorevolmente curato.

Non conosco alcuna delle parole che usa, ma la ascolto con piacere e mi permetto di interromperla solo per farmi ripetere il nome dei jūnihitoe, dei delicatissimi fiorellini blu violetto simili alla lavanda. La nonnina mi racconta ancora che nel colorato padiglione alla nostra sinistra si viene a pregare per trovare sollievo dalle preoccupazioni, e che le due lanterne poste ai lati dello stesso sono uniche nel loro genere. «Esistono solo altri due templi in tutta Ōsaka che ne conservano alcune come queste.» Poi mi mostra un album di fotografie e ricomincia a parlare dei suoi amati fiori.

Seirenji 青蓮寺, tempio n. 23

Fra questo piccolo santuario e il precedente se ne trovano molti altri disseminati lungo entrambi i lati della strada e nelle laterali. Le possibili deviazioni sono infinite, ci vorrebbe più di una mezza giornata per scavare nei tesori della Tanimachi-suji. Entro o procedo? All’esterno di uno dei tanti santuari c’è la scritta sanjūsan mawari三十三回り, giro dei 33 (templi), un percorso più breve del mio. Resisto alla tentazione di cambiare strada e tiro dritto, una cosa per volta.

Seirenji, ingresso degli alloggi dei monaci

Il Seirenji sta in fondo a una traversa. Alle tre del pomeriggio trovo il portale chiuso e un cartello che dice di entrare dal cancelletto scorrevole al lato. Non si apre, citofono e mi accoglie un monaco anziano. Pensa che lo abbia chiamato per il goshuin, il timbro e la firma calligrafa del tempio, cosa che certo mi fa piacere ricevere, ma soprattutto colgo l’occasione per rivolgergli una domanda che mi ronza da un po’ nella testa: qual è il criterio di numerazione dei templi? Purtroppo non conosce la risposta – mi dispiaccio, ma  continuerò a cercare. Terminato il breve scambio, faccio un giro nel cortile. Trovo un bussokuseki 仏足石3, un piedistallo di marmo alto circa 30 centimetri con il bassorilievo delle piante dei piedi del Buddha, simbolo del suo passaggio sulla terra e della sua presenza nel Dharma, l’insegnamento. Alcune monetine da un centesimo di yen sono poggiate in offerta negli incavi del rilievo, il contrasto cromatico fra il grigio chiaro del metallo e quello della pietra mi ipnotizza.

Shinkōin 真光院, tempio n. 24 

Quando mi rimetto in marcia, ho il cuore leggero, rallegrato dalla policromia che mi accompagna. A circa dieci minuti dal Seinrenji con mia sorpresa mi imbatto in un altro piccolo santuario che ho già visitato un paio di anni fa, prima di sapere del pellegrinaggio. La guida dice che il principe Shōtoku pregava da sette giorni per l’anima di suo padre, quando gli apparve su una nuvola viola Amida Nyorai, il buddha che, invocato con fede, permette di rinascere nel Paradiso della Terra Pura4. Per onorarlo, l’imperatore fece costruire lo Shinkōin e scolpì 60.000 immagini di Jizō, che invece vigila sulle anime dei condannati negli inferi. Chiunque visiti il Giappone prima o poi si imbatte in qualcuna delle sue numerosissime statue, a volte sono piccolissime e lo ritraggono come un semplice monaco, nonostante sia un illuminato. Nella mano destra porta lo shakujō, il bastone del mendicante, in testa un cappellino e al collo un bavaglino, entrambi di colore rosso. Accanto a Jizō ogni tanto si trovano delle piccole torri fatte di pietre impilate. Infatti egli è anche protettore delle anime dei bambini non nati o morti prematuramente, condannati nell’aldilà a costruire torri di pietra che i demoni spazzano sempre via.

Immagine di Jizō all’ingresso del Shinkōin, nella mano destra porta lo shakujō, un bastone sormontato da anelli con il quale i monaci producono rumore quando camminano. In questo modo possono allontanare gli insetti ed evitare di ucciderli involontariamente.

La prima volta che sono entrata allo Shinkōin ero stata attratta dai pini meravigliosamente potati davanti al suo ingresso. Mi fermo a guardali, come ho fatto altre volte; in prospettiva c’è l’Abeno Harukas. Da questo punto di osservazione trovo particolarmente piacevole stare a vedere come cambia colore in accordo col cielo. Infine, per completare la visita, supero il portale e mi ritrovo in un recinto stretto, costellato di statue e lapidi – fra le tante un Doraemon di pietra. Il cortile si affaccia sulla pagoda del santuario che sta nel pendio sottostante5. Un suono sommesso di piccole sfere strofinate fra loro riempie l’aria: un monaco prega in tondo davanti alle lapidi, sfregando fra i palmi un rosario buddista. Mi sposto per lasciarlo passare.

つづく…. Continua…

NOTE

1. Pedalo da sempre una mamachari (ママチャリ), una bicicletta classica con un grande cestino di quelle adoperate dalle mamme per fare la spesa e accompagnare i bambini. Ho provato ad aggirare la salita in tutti i modi, ma al ritorno a casa è un tratto obbligato. Con il tempo l’ho trasformata nella metafora del viaggio che sto compiendo  in Giappone: da un lato ci sono il fascino e il mistero, dall’altro le sfide di una cultura e di una lingua diverse. Alla fine, seppure stremata dalla fatica, arrivo sempre in cima.

2. Ho già accennato a Fudōsan, figura centrale dei cinque re della conoscenza (myō-ō 明王) in un precedente articolo (vedi tempio n. 21) . Qui aggiungo che Fudō 不動 significa colui che è immobile (nella fede), ed è una manifestazione di Dainichi Nyorai, il Buddha cosmico da sempre esistente, figura cardine della scuola Shingon 真言, la corrente del buddismo esoterico affermatasi in Giappone nel IX secolo. I myō-ō rappresentano la luminosa saggezza del Buddha, proteggono le cinque virtù da lui emanate (Fudōsan in particolare converte la rabbia in salvezza), rimuovono gli ostacoli verso l’illuminazione e forzano i demoni ad arrendersi. Per questo il loro aspetto è feroce e minaccioso.

3. Per quattro secoli dopo la morte di Buddha il messaggio, le leggende e gli episodi sulla sua vita furono trasmessi solo oralmente, perché ritenuti troppo sacri per essere trascritti o rappresentati attraverso immagini. L’ unico veicolo simbolico concesso erano le impronte dei suoi piedi, decorate con  diversi simboli tra cui la svastica di derivazione indiana, incisa sotto i polpastrelli. Il significato originale della svastica è infatti “essere fortunato”, o “possedere tutte le virtù”, ragione per cui è considerata uno dei 32 segni distintivi del Buddha e viene spesso incisa sulle statue che raffigurano buddha e bodhisatva (illuminati che rinunciano a entrare nel nirvana per aiutare gli altri esseri viventi nel loro percorso spirituale). Inoltre i templi buddisti in Giappone sono identificati con lo stesso simbolo.

4. Amida Nyorai  è un buddha, cioè risvegliato, che vive nella Terra Pura sita oltre l’Occidente, al di là dei confini di questo mondo. I voti di Amida permettono a tutti coloro che lo invocano con fede di  rinascere nel Paradiso della Terra Pura, indipendentemente dai loro meriti. Coloro che entrano nel Paradiso di Amida studiano il Dharma (la legge buddista) sotto la sua guida, diventando a loro volta bodhisatva e infine dei buddha、interrompendo così il ciclo delle reincarnazioni. Il culto della Terra Pura o Amidismo – Jōdo 浄土 – si affermò in Giappone nel XII secolo. La figura di Jizō , proprio perché legata alle anime dei defunti è strettamente connessa con l’Amidismo.

5. Se ne avete il tempo, concedetevi una deviazione all’Aizendō Shōmanin, il tempio che si intravede dal cortile dello Shinkōin. È considerato tesoro nazionale.

INFORMAZIONI PRATICHE ESSENZIALI

Come sempre lascio qui il link alla mappa del pellegrinaggio. Il sito è solo in lingua giapponese.

Per il Tōjiji prendete la linea viola della metropolitana (Tanimachi-sen), fermata Tanimachi-kyū-chō-me uscita n. 3 

Per il  Jimyōin all’uscita dal Tōjiji girate a destra e proseguite fino alla seconda traversa. In fondo alla strada vedrete un grande santuario, camminate in quella direzione, superate la palestra di pugilato e poco più avanti, sulla destra, scorgerete il piccolo ingresso del tempio.

Per il Seirenji  dal Jimyōin ci vogliono solo dieci minuti a piedi, ma se preferite risalite sulla linea viola e scendete alla fermata Shitennōji-mae Yūhigaoka,  uscita n.2. 

Per lo Shinkōin a qualche minuto a piedi dal Seirenji, con la metropolitana la fermata è sempre Shitennōji-mae Yūhigaoka,  uscita n. 5

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