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Ridendo si impara

Saper parlare una lingua significa saper scegliere e collocare le parole in modo  appropriato ed efficace. Per contro imparare una lingua comporta sperimentare le associazioni, azzardare abbinamenti, dislocare, sbagliare e possibilmente divertirsi a farlo, come in un gioco di bambini. E ancora prima di questo, apprendere una lingua straniera significa impossessarsi di suoni sconosciuti, meravigliandosi a volte di come il caso, da un’altra parte del mondo, li abbia eletti a veicolo di certe idee e concetti. È proprio a questo fascino per i  suoni esotici che rimandano  le tante scritte in italiano che si incontrano in Giappone. Per un madrelingua spesso sono buffissime: chi chiamerebbe un  fioraio “pianta” e un ristorante “olio”? Sono parole dal senso quasi esclusivamente denotativo,  che rimandano a poco, non abbastanza suggestive da essere elette a qualcosa di più, ma a 10.000 chilometri da casa anche un “nome comune di cosa”  nasce a nuova vita.

Il mio “abbinamento lessicale” preferito tra le insegne di Ōsaka è “Mano e Mano”, pizzeria-bar. Suppongo il titolare si riferisse all’espressione “a mano a mano” e in questo senso trovo il nome persino poetico ma, avendo il signore cambiato qualche addendo, l’effetto si fa comico. Non posso fare a meno di vedermi in piedi fra due grandi mani  mentre indicando prima quella alla mia destra dico: «questa è Mano» e poi indicando quella alla mia sinistra proseguo «e lei è Mano», con stretta di “Mani” finale. Nessuno è esente da certe sviste, bene intesi, tanto meno la sottoscritta. Quando mi esprimo in un’altra lingua, mi accorgo improvvisamente della bellezza di riuscire a piegare origami con l’italiano – per usare una metafora – e di dovermi accontentare al massimo di qualche aeroplanino nelle altre. E tanto per fare un esempio legato ai suoni e alle associazioni che evocano: ho chiamato il mio gattino Kuma-chan “orsacchiotto” ma, a giudicare dai commenti che ricevo (dalla sorpresa, alla smorfia,  alla risata), pare abbia finito per affibbiargli un nome tipo giraffa o elefante. Perché in Giappone è lecito pensare a  un gatto come tora-chan “tigrotto”, ma non come “orsacchiotto”. Sbagliando (e ridendo) s’impara. 

2 pensieri su “Ridendo si impara”

  1. Leggendo lo scorrevole e piacevole articolo “Ridendo si impara” sul difficile percorso dell’apprendimento della lingua giapponese disseminato da innumerevoli trappole, mi sono ancora di più convinto che non si potrebbe mai visitare il Giappone non accompagnati da una Guida con la G maiuscola !
    Il nome del bar-pizzeria “Mano e Mano” a me fa venire in mente che si tratti dei nomi dei proprietari (marito e moglie o soci), come dire in italiano “Andrea e Andrea” o suggerisce che, in quel locale la pizza si debba mangiare usando tassativamente solo le mani…..insomma come la pizza o il mega-panzerotto barese da trangugiare unitamente ad una birra (almeno da mezzo litro….) sul cofano della macchina, arrangiandosi, se mai, con mani e tovagliolini ma assolutamente senza posate!
    Comunque, non ordinerei mai una pizza all’ortolana in quel punto ristoro dopo aver capito che in giapponese “pianta” indica il “fioraio”….(sperando di aver capito bene).
    Chi sa di quali inafferrabili suoni e ironiche sottigliezze siano capaci gli educati e civilissimi giapponesi con i loro dialetti. Da pugliese ricordo lo scioglilingua dialettale molfettese “Ci ge namma sci i sciammanimmene e ci nen ge namma sci nenne ge ne scimme sciamme” che viene puntualmente sventolato come un guanto di sfida sotto il naso dei turisti provenienti da altre parti d’Italia per trascorrere le vacanze estive nel meraviglioso Sud.
    L’articolo mi spinge a fare un’ultima considerazione di tipo, purtroppo, realistico-pessimista: l’essere umano è destinato a passare la sua puntiforme vita sulla Terra con scarsissima possibilità di conoscerne tutte le infinite sfaccettature e meravigliose bellezze ma grandissima probabilità di accelerarne il suo degrado verso il punto di non ritorno.
    Alla prossima.

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  2. Grazie del commento, mi ha fatto sorridere in più punti e certamente Mano e Mano, fa pensare a una coppia di soci e alle mani che si usano per impastare e spesso mangiare la pizza. Pianta invece non indica il fioraio, ma è il nome di un punto vendita di fiori e piante appunto, che ho trovato per caso alcune settimane fa. In giapponese il plurale non esiste e la sfumatura fra “pianta” e “piante” si perde. Sull’esistenza puntiforme e le tracce che si lascino, che dire? Proviamo a fare almeno individualmente del nostro meglio.

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