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Ōsaka, suoni e parole della vita quotidiana

Mi accorgo che la routine non è fatta solo da un ripetersi di azioni e interazioni scandite dai giorni della settimana, ma anche da uno scenario familiare, connotato da odori e suoni particolari. In questa prospettiva ne vedo la bellezza , non perché il panorama di tutti i giorni lo sia esteticamente, ma perché mi ci sono affezionata e provo un senso di sicurezza nello stare in uno spazio che conosco; mi gusto l’andata al lavoro, nonostante il sonno, il caldo, il freddo. Osservo, ascolto e il racconto della città viene a galla.

Photo by Ryutaro Tsukata on Pexels.com

Il mio quotidiano a Ōsaka ha il suono delle voci e dei passi. Al mattino raggiungo la stazione attraverso una vecchia shōtengai e, una volta a destinazione, percorro circa un chilometro sotterraneo a piedi, dove il rumore dei tacchi rimbomba frammisto al calpestio delle suole. Per osmosi regolo la velocità del passo sul ritmo della massa, scivolando così nel flusso della giornata, mentre a tratti mi raggiunge il suono metallico delle voci preregistrate agli ingressi della metro e dei bip delle carte elettroniche ai tornelli. Tra uno spostamento e l’altro ci sono lo sferragliamento dei treni, il sibilo delle rotaie, le musichette imperterrite della JR — le Japan Railways — e delle metropolitane, la cantilena degli annunci ad ogni stazione (una parte del giapponese che conosco la devo proprio alla loro ripetitività ipnotica). Tutta la città è piena di casse armoniche, chilometri di gallerie commerciali e passeggiate sotterranee di cui adoro accogliere i suoni, immaginandoli come quelli di un’orchestra che accorda gli strumenti.

Snodo sotteraneo a Umeda

Mi piace anche soffermarmi sui brandelli di conversazione che mi passano accanto, non per farmi i fatti degli altri, ma per sfidare me stessa, vedere fino a che punto comprendo la lingua e provare lo stupore di quando una chiave del mazzo finalmente apre la serratura. Tra le parole che fluttuano nell’aria ci saranno certamente quelle dell’ Ōsaka-ben, il dialetto locale, che poi sentirò ripetere in aula dagli studenti, o che forse a partire dalle aule ho ritrovato nelle strade (chi sa dire quanto è stato il momento in cui un vocabolo è entrato nella sfera del noto). Brevi incisi, intercalari densi di senso come solo le parole di estrazione popolare sanno essere, ad esempio dame (だめ), che in giapponese significa “no”, “non va bene” e nel dialetto più ruvido e sbrigativo del Kansai diventa akan (あかん), pronunciato in maniera più o meno veemente. È il modo di sgridare qualcuno, i bambini, i garzoni, quello che gli studenti hanno ereditato dall’infanzia e che useranno per accorciare le distanze fra noi, chiedendomi conferma di una certa espressione, o autocensurando l’errore di cui si sono appena accorti. « No aspetta, questa frase è akan.» «Se dico così è akan?» Un altro intercalare frequente e involontario è sonde (そんで), “e poi”, abbreviazione della lingua standard sorede (それで), usato per prendere fiato dopo la fatica di aver raccontato una sequenza di azioni o eventi in italiano. Del resto la lingua che si parla nelle aule è un patchwork in cui man mano che le competenze comunicative degli studenti aumentano, i pezzi di stoffa del giapponese diminuiscono. Alla fine le parti che ne rimangono, per lo più dialettali, sono come fili colorati che uniscono il tessuto dell’italiano.

“Sembra che la muta da sub si possa sfilare facilmente se la ripieghi alle caviglie e versi dell’acqua calda dal collo, almeno credo.”

Un’ espressione formidabile che compare di solito quando gli studenti lavorano senza il mio intervento, è shirankedo(知らんけど), letteralmente “non lo so, ma…”, un modo per prendere le distanze da quanto si è appena affermato, perché non si hanno reali certezze in merito, come dire: «almeno credo». A quanto mi spiegano i “discenti-docenti”, questa formuletta nasconderebbe una vera e propria filosofia di vita. Utilizzata come un escamotage per deresponsabilizzarsi rispetto alle proprie affermazioni, può andare bene per qualche volta, ma se ripetuta troppo spesso, suona un po’ scortese, perché equivale ad arrogarsi il diritto di essere inaffidabili. Per la stessa ragione può diventare una frase ironica, perchè permette di spararla grossa senza pensarci troppo, perché fingendo di non essere attendibili si impersona un certo tipo di abitante del Kansai, un burlone di cuore e di pancia, uomo più simpatico che d’onore. Sempre stando ai “miei informatori” questo gusto per il capovolgimento, l’autoironia e la leggerezza nel parlare sono impensabili a Tōkyō: incredibile il tesoro che nasconde una singola parola! Shirankedo….

2 pensieri su “Ōsaka, suoni e parole della vita quotidiana”

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