Pellegrinaggio 88 Templi di Settsu

Diario di un pellegrinaggio. Giorno 6

Incendi, terremoti, guerre. Quello che rimane della Ōsaka del passato sono dei pezzetti di carta e di cenere che l’aspirapolvere del tempo non è riuscita a risucchiare. Sono ritagli del passato simili ad animali che ti spiano da sotto il fogliame o guerrieri assorti in chissà quali pensieri; io li vado a cercare, pedalando sotto il sole sulla china del Uemachi daichi 上町台地 – l’altopiano che si è formato nei secoli dai detriti dei fiumi Yodo e Yamato1. Detriti. La parola mi fa venire  in mente il rumore lontano di  macerie asportate da una ruspa e credo che  inconsciamente sia questo il suono che attribuisco alla salita di Uemachi, come se sulla  sua gobba rotolassero sempre pietre e cemento. Continuo a pedalare, finché ad un angolo della strada compaiono il relitto di un grande tronco d’albero e un minuscolo tempio annunciato da una fila di torii. A questo punto so di essere vicina alla meta.

Tempio n.15, Enjuan 圓珠庵   

Qualche metro più in là infatti ecco l’Enjuan. Uno sguardo rapido mi basta per collocarlo nella mia personale categoria “ripostigli”, nella quale finiscono i templi dall’aria trasandata e selvatica. In questo caso il giardino è pieno di attrezzi da lavoro e bustoni di foglie ammucchiati qua è là, mentre nelle teche si accalcano statuette di Jizō 地蔵 in pietra grezza, offerte di yogurt, dolcetti, latte, snack. Accumuli di cose, polvere. Neanche nella chiesa più umile ho visto il disordine di certi templi di periferia dove l’estetica sembra gestita con un’alzata di spalle.

Scorro la guida. La storia narra che durante l’assedio di Ōsaka (1614), il capo delle truppe Sanada Yukimura, seppe che in questo luogo si venerava un albero sacro. Vi andò a pregare, conficcando un falcetto nel tronco, e riportò in seguito una vittoria. Ancora oggi, in memoria dell’episodio, nel recinto del tempio è custodito un albero delimitato dallo shimenawa – la corda di canapa e paglia con cui si cingono i luoghi sacri – e puntellato da piccole falci.

Intanto che leggo, il via vai di fedeli non smette un attimo, chi prega davanti all’albero, chi lascia un’offerta. L’Enjuan sarà pure un po’ caotico, ma gode di rispetto: mai giudicare un libro dalla copertina.

Tempio n. 14 Rokudaiin, 六台員

La successiva tappa si trova esattamente sull’altro lato della strada in un  punto in cui inizia una bella discesa in pavé. L’inserviente, quando mi vede entrare, mi rivolge un saluto fugace e scompare immediatamente negli alloggi. Immagino non ricevano molte visite da queste parti e, guardandomi intorno, non mi è difficile intuirne la ragione, dato  che il padiglione è chiuso al pubblico e il cortile è piccolo e privo di attrattive evidenti. La sola  nota curiosa riguarda una statua d Jizō qui custodita. Si dice  diventi pesante, se sollevata da una persona con una malattia grave, e leggera se sollevata da una persona con una malattia lieve. Personalmente non sento il desidero di mettermi alla prova, perciò concludo velocemente la perlustrazione e mi avvio verso la tappa successiva.

Tempio n. 12 Kōtokuji 高徳寺

Trovo il Kōtokuji qualche strada più in là. Lungo il suo ingresso scende un leggero pendio avvolto nella quiete pomeridiana, interrotta a tratti dal passeggio di sparuti visitatori. In questo silenzio, la targa commemorativa davanti al tempio dispiega la sua voce: «Ōsaka subì un lungo assedio», dice.  «In quell’epoca Tokugawa Ieyasu aveva fatto di Edo (Tōkyō) la capitale e aspirava a una pace duratura. Solo il clan Toyotomi, insediato a Ōsaka, minacciava il suo potere. Ieyasu dunque schierò tutte le proprie forze contro gli avversari, attaccandoli per ben due volte, durante la campagna d’inverno (1614) e durante la campagna d’ estate (1615), finché la città cadde.» Il castello si trovava in cima all’altopiano di Uemachi, esattamente come oggi, mentre gli accampamenti alleati del clan Toyotomi  erano disposti grosso modo dove cammino ora.

Mi fermo a respirare la storia. Che cosa sarebbe accaduto se Toyotomi Hideyori avesse avuto un numero di alleati sufficiente a vincere la guerra? Sarebbe stato poi in grado di inaugurare due secoli di pace come furono quelli del periodo Edo? L’accento del Kansai sarebbe diventato quello standard e viceversa quello del Kantō l’accento di provincia? Chi può dirlo. Sappiamo solo che non andò in questo modo  e Hideyori, sconfitto, compì il seppuku, cioè il suicidio rituale, ponendo fine alla sua vita e a un’intera epoca. Era il 5 giugno 1615.

In un periodo non meglio precisato della storia invece fu eretto il Kōtokuji (la documentazione relativa al tempio perì in un incendio e con essa la memoria della  fondazione). Il santuario attuale è tutta la somma della grazia e della cura per i dettagli assente nei templi-rispostiglio: ci sono uno stagno limpido per le carpe, un’ imponente statua di Kannon 観音2 che si vede dall’ingresso e poi statue e statuette di ogni tipo. Gufi soprattutto, gli animali in grado di vedere nella notte e perciò di prevedere le sfortune; gufi ai bordi del laghetto,  gufi appollaiati su una curiosa cassetta della posta. Mi avvicino e leggo : tenkū he no messēgi  天空へのメッセージ, messaggio al cielo. Vorrei imbucare una breve missiva, ma cosa scrivo? Cosa conta veramente? Ho sempre avuto la sensazione che per esprimere un desiderio dovessi trovare la formula esatta, abbastanza sintetica da poter essere detta nel baleno in cui cadeva una stella, ma che non trascurasse nulla, altrimenti il desiderio non si sarebbe avverato. E adesso, così su due piedi, non riesco a mettere a fuoco i pensieri. Mi allontano qualche minuto per riflettere e vado nel cimitero sul retro. Le lapidi sono quasi tutte decorate  da fiori che hanno appena cominciato ad appassire e mi ricordano che l’obon お盆, il periodo in cui gli avi tornano a visitare i vivi, è trascorso da poco. L’estate sta volgendo al termine. Guardo le nuvole passare con un po’ di nostalgia e decido: scriverò una promessa, perché non sempre, ma spesso, i desideri si realizzano attraverso la determinazione. 

Tempio n. 11, Dondoro Daishi Zenpukujiどんどろ大師善福寺

Ingresso del Zenpukuji, Ōsaka. Foto dal sito del pellegrinaggio.

E a proposito di determinazione….l’ora di pranzo è passata da un po’ e fa parecchio caldo, ma procedo fino all’ultima tappa. Paragonato al Kōtokuj, il Zenpukuji appare austero. Per accedere alla sala delle cerimonie bisogna salire una scala ripida, sicché per vederla dall’ingresso del tempio si deve piegare il collo all’indietro. Salgo la scala. Il monaco che mi firma il diario mi racconta di aver compiuto in 40 giorni il pellegrinaggio degli 88 templi dello Shikoku (un cammino tra i più celebri) e io gli dico del mio pellegrinaggio in città. Dopo la firma mi regala uno snack e una bevanda e mi lascia entrare a scattare qualche foto, gentilezza inaspettata che mi allevia in questo momento di stanchezza. All’uscita mi colpisce la statua di bronzo di una mamma con bambino vestiti e acconciati in modo tradizionale. La scritta dice  “punto di incontro di Oyumi お弓(arco) e Otsuru お鶴 (gru), mamma e bambino”. Arco e Gru? Per un po’ resto perplessa, poi da qualche angolo della memoria riemerge il ricordo: si tratta di un’opera teatrale che narra di una separazione e ricongiunzione fra una madre, costretta a seguire il marito e ad assumere il falso nome di Oyumi, e una figlia, Otsuru, che cerca i genitori e alla fine li ritrova. E su questo “tutti vissero felici e contenti” mi pare giunta l’ora di tornare a casa. 

LA MIA PROMESSA

Non importa quanto tempo dovrò impiegare, prometto di completare e documentare il pellegrinaggio di Settsu.  

NOTE PER I CURIOSI

1. L’altopiano di Uemachi si estende dal Castello di Ōsaka e dall’area di Tenmabashi fino a Tennōji . Secondo gli studi il primo banco di sabba si sarebbe formato nel V secolo a. C. e successivamente si sarebbero  aggiunte quantità sempre maggiori di sedimenti. Attualmente il punto più basso dell’altopiano dista alcuni chilometri dal mare, ma in passato la vicinanza era maggiore e faceva dell’altopiano un ottimo punto di avvistamento e una roccaforte sicura. Pare che questa fu la ragione per la quale il comandante Toyotomi Hideyoshi la scelse come proprio quartier generale (1586 -1615).

2. Kannon è il bodhisatva della pietà e della compassione, in Giappone e in Cina per lo più rappresentato con tratti femminili. Si ritiene che il suo culto sia iniziato intorno al I sec. d.C. in India e da lì si sia diffuso nel resto dell’Asia. Nella scuola della Terra Pura, Kannon è un’emanazione del Buddha Amida e uno dei due suoi più importanti assistenti – l’altro e Seshi e la triade si trova spesso rappresentata con Amida al centro, Seishi a sinistra, simbolo di saggezza e Kannon a destra, simbolo compassione. Kannon è anche una delle 25 divinità che scendono insieme ad Amida per accogliere le anime dei defunti nel paradiso della Terra Pura.

INDICAZIONI PRATICHE ESSENZIALI

mappa http://shj.main.jp

Tutti i templi di questa passeggiata sono molto vicini e si possono visitare a piedi. Scendete alla fermata Tamatsukuri (Jr loop line, oppure linea verde Nagahori tsurumiryokuchi ) e camminate per una decina di minuti fino al tempio numero 15.

3 pensieri su “Diario di un pellegrinaggio. Giorno 6”

    1. Il viaggio in Giappone, come tutti i viaggi, è fatto di molti livelli. Uno dei fili conduttori che seguo da sempre, proprio perché mi diverte e un po’ mi stupisce, e quello del disordine e dell’aria spettinata che hanno luoghi dai quali ci si aspetterebbe un look impeccabile. Ristorantini, piccoli caffè, templi, stazioni sistemati come capita, nel tempo che c’è fra una faccenda e l’altra. A quanto pare è una prassi accettata, perché mai ho sentito gli avventori e i frequentatori lamentarsene. Paese che vai….

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