Pellegrinaggio 88 Templi di Settsu

Diario di un pellegrinaggio. Giorno 5.

Luglio

Mi sono arresa. Ho abbandonato il cammino, preoccupata per il lavoro — che nell’emergenza Covid si è fatto instabile — e trattenuta da una stagione delle piogge terribilmente lunga. Quasi a riflesso del mio stato d’animo qualche giorno fa si è allagata la strada di casa e l’acqua ha inondato l’ingresso. «Non ricordavano una cosa simile da venticinque anni!» Sono rimbalzate di porta in porta le memorie delle anziane vicine dopo il nubifragio. «Mi raccomando asciugate bene tutto! Se no dopo puzza». Ho fatto come mi dicevano, poi ho guardato il cielo e ho capito che era il momento di tornare al pellegrinaggio. Se non ora che ha smesso di piovere, quando?

Kyomizudera 清水寺, tempio n.26 

Un cimitero a terrazze che guarda il pendio. Così mi appare il primo tempio che visito dopo mesi. Sono arrivata sul retro, lasciandomi il caos della Tanimachi-suji un centinaio di metri alle spalle, e mi trovo immersa nella quiete più assoluta: Ōsaka sa essere meravigliosamente insonorizzata nelle sue strade interne.

cimitero del Kyomizudera, Ōsaka

A colpo d’occhio il campo santo si direbbe uno dei tanti, con le lapidi nuove tirate a lucido, tutte disposte a uguale distanza. Sarei tentata di attraversarlo senza prestargli attenzione, ma lo visito ugualmente per non trascurare nulla e mi accorgo di un accostamento insolito: le scritte sulle lapidi sono di tinta rossa e blu. Bene, penso, il luogo comincia a svelarmi qualcosa di sé, un singolo particolare per ora, ma vediamo cos’altro mi riserva. Nella terrazza in basso, c’è una schiera di Jizō 地蔵1 in pietra. Sono in fila e tutti uguali, come le lapidi, ma questa volta il loro moltiplicarsi geometrico crea un effetto diverso. Con i bavaglini bianchi e la pala a forma di vela, ricordano un coro d’angeli che intona un canto al cospetto dei defunti. Li osservo, mentre il cuore si calma, poi, al suono di questa musica immaginaria scendo ancora e incontro una cosa inaspettata: una salita di ciottoli, lembo di una Ōsaka sopravvissuta al tempo. Nel vederla provo un moto di gioia e comincio a risalire il pendio a passo svelto per capire dove conduce. Si sente il rumore di un ruscello e in cima alla salita c’è la porta del tempio. Da qui si accede a un cortile occupato quasi interamente da un padiglione polveroso intorno al quale una signora anziana sta girando mentre intona una preghiera. Avanza contrita, con il passo ansioso e tuttavia la sua cantilena emana delle onde simili a cerchi concentrici. Senza neanche accorgermene comincio a seguirla, finché mi arresto davanti a un parete da cui escono tre bocche sottili sormontate da una tettoia: ecco da dove proveniva il suono dell’acqua!

A questo punto mi siedo a osservare e a consultare la guida – la signora anziana intanto continua a girarmi intorno, o meglio a girare attorno al padiglione. Leggo: «Se scendi i gradini di pietra di fronte alla sala principale, raggiungerai la cascata Tamade, l’unica naturale nella città di Ōsaka.» Beh cascata, che esagerazione, sono appena tre rivoletti! Eppure….eppure se, come è scritto, la fonte è veramente l’acqua dello stagno all’ interno dello  Shitennōji – il grande complesso a cui il Kyomizudera appartiene – forse la definizione non è completamente errata. Ma come verificare? Concludo che non potrò mai sapere la verità su questa faccenda ed esco dal tempio con l’impressione di venire fuori da una dimensione fiabesca (la signora intanto ha concluso le preghiere e mi ha salutata con un profondo inchino). All’esterno mi metto a seguire un gatto paffuto che spero voglia mostrarmi il quartiere. Quello però, diffidente, va a nascondersi chissà dove. 

Sōein 宗恵院, tempio n.18

Torno al traffico della Tanimachi-suji e raggiungo il piccolo Sōein. Dice la guida  –  ahimè, aggiungo io – che il tempio attuale risale al secondo dopo guerra e che nulla rimane dell’antico Ikutama Jūbō 生玉十坊 di un tempo – cioè uno dei santuari in cui, prima del periodo Meiji (1868-1912), buddismo e shintoismo venivano venerati insieme.

All’entrata è esposto un cartonato del simpatico Koyakun – mascotte del Koyasan, sede centrale del buddismo esoterico – che mi invita con la sua faccia sorridente2. L’ingresso è un po’ in penombra, interamente coperto da un’ala dell’edificio interno, ma leggermente rischiarato da tante bandiere colorate. Mi colpisce in particolare una nicchia con un gruppo di cinque statuette laccate in oro. Non che abbiano qualcosa di speciale, ma finora non avevo incontrato nessuna rappresentazione dei cinque re della saggezza – Godai Miyōō 五大明王 – tutti insieme, con al centro Fudo-miyōō (o Fudaosan), l’irremovibile, circondato dagli altri quattro a presidiare le direzioni3. Termino in fretta il giro: nella parte interna si trova la zona destinata al cimitero, circondato dal retro dei palazzi e da tubi arrugginiti che si arrampicano alle pareti come edera.

Shōyūji 正祐寺, tempio 17

L’ ultima tappa della giornata è un piacevole ritorno a cose incontrate nelle passeggiate precedenti: un recinto in muratura attraversato da sottili strisce bianche, come nel Tōjiji, un cortile ampio con un grande padiglione e un altrettanto grande tetto spiovente come nel Wakōji. Secondo la guida, inoltre, anche lo Shōyūji apparteneva al gruppo degli Ikutama Jūbō e al suo interno si venera Aizen-miyōō.    Da fuori arriva un vociare di studenti e di qualche altro passante, all’ interno ci sono solo io. Mi godo ancora un po’ il privilegio di poter passeggiare indisturbata, e scatto qualche foto alla pagoda a tredici piani. Infine, stanca, concludo la passeggiata. Dall’altra parte della strada c’è il Carlton tea house, una caffetteria in stile cottage inglese che serve tè di ogni tipo e generose fette di torta. Ha ricominciato a piovere e sono giusto le cinque: l’ora di una pausa per ordinare gli appunti. 

pagoda a tredici piani dello Shōyūji

NOTE

1. Ho parlato abbastanza estesamente di Jizō (地蔵) in occasione della visita allo Shinkōin (tempio 24) e allo Wakōji (tempio 3).

2. Ogni città in Giappone ha il proprio kyarakutā キャラクター, un personaggio di fantasia in cui sono raffigurate alcune delle caratteristiche principali del luogo. Consiglio vivamente una visita allo splendido complesso del Koyasan, che da Ōsaka, partendo dalla stazione Namba (Nanakai line), si raggiunge in un paio d’ore.

3. Come già accennato in una nota di un precedente articolo, i cinque re guerrieri, o cinque re della saggezza, proteggono le cinque virtù emanate dal Buddha. Al centro c’è Fudō-myōō (Fudō-san) a Nord Kongōyasha-myōō, il divoratore di demoni, a Sud Gundari-myōō (in sanscrito Kundali), che dispensa il nettare dell’immortalità, a Est Gōzanze-myōō, che ha conquistato i tre mondi (cioè, secondo l’interpretazione, avidità, odio e ignoranza) e a Ovest Daiitoku-myōō, distruttore della morte.

INDICAZIONI PRATICHE ESSENZIALI

Il Kyomizudera (n.26 ) e il Sōein (n.18) si raggiungono comodamente a piedi dalla fermata Shitennōji-mae Yūhigaoka della linea viola (Tanimachi-suji). 

Lo Shōyūji (n.17) , 7 minuti a piedi dalla Stazione Uehommachi (Kintetsu line), invece non è ben collegato agli altri due. Perciò, se non volete prendere il taxi, sarebbe comodo il noleggio di una bicicletta, oppure programmare la visita insieme a quella del Daijōbō (di cui ho parlato nella giornata 4).

E nel caso aveste voglia di torta, trovate la posizione del Carlton tea house qui.

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