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Divagazioni sui tombini

Vi è mai capitato di incontrare per la prima volta  qualcuno quando eravate già adulti e di scoprire solo in quel momento che frequentavate la stessa scuola? Credo che per le città non sia molto diverso: ce ne sono parti che conosciamo a menadito, altre solo di vista, altre ancora che non abbiamo mai notato, e poi quelle con cui vorremmo tanto parlare (!), ma che non ci degnano nemmeno di uno sguardo. Prendiamo ad esempio i tombini, che in giapponese si chiamano manhōru マンホール (suona un po’ Manolo lo so, ma in realtà viene dall’inglese maintenance hole, abbreviato in manhole). Comunque sia, ogni comune in Giappone ne sfoggia una propria versione variopinta e poi lascia che cittadini e  turisti, attratti dai colori vivaci, passino il tempo a scriverne o a collezionarne foto, cosa che richiede una certa maestria perché bisogna tenersi in bilico fuori dall’inquadratura per non immortalarsi anche i piedi e l’ombra.

Ōsaka, chiusino raffigurante il castello. Nella parte in alto si vede il simbolo della città

Ah i tombini, più li osservo e più mi piacciono: abitano la crosta di asfalto che separa la superficie dal sottosuolo, contemplano perennemente pezzi di cielo e rendono gli addetti alle fognature dei veri e propri sciamani, unici in grado di attraversarli per scendere agli inferi. Passo il tempo a guardarli senza che loro mi notino: passeggio nel quartiere fermandomi ogni due metri a scattare foto dell’asfalto (non curante  del vicinato che bisbiglia «ma che fa la straniera, fotografa per terra?»), punto la sveglia alle 4 del mattino per svolgere indisturbata ulteriori e sempre più accurate osservazioni, inchiodo in bicicletta se solo penso di averne intravisto uno che ancora non conosco. 

Ōsaka, idrante dei pompieri

In verità i coperchi dei tombini non sono tutti belli, anzi, molti sono anonimi, hanno giusto sopra il simbolo di Ōsaka e, quando gli  è andata bene, un motivo decorativo a raggiera. Quelli di questo tipo coprono gli scoli, ma anche i cavi di semafori, elettricità, fibra ottica e altro. L’acquedotto ha fatto una sua versione abbastanza carina con il castello, un ponte e un battello, ma quelli veramente di classe appartengono ai pompieri e al sistema fognario e, soltanto a Ōsaka, ne ho contati di cinque tipi1: disegno del camion dei pompieri su sfondo giallo, castello a colori, castello monocromo senza cornice, castello monocromo con cornice e un’edizione speciale con motivo floreale per il centenario dell’inaugurazione delle moderne fognature.

Per strada ce ne sono a migliaia, sembrano disposti a casaccio ma sicuramente seguono uno schema preciso, ma quale? Caro tombino-Manolo, gli chiedo, quando e perché sei nato variopinto, cosa dicono questi numeri sul tuo volto? Ma quello mi guarda e non risponde.  Ah tombino, metafora degli amori non corrisposti!

Un giorno, mentre me ne sto lì a ciondolare davanti al computer in cerca di notizie su di “lui” scopro che esiste un’azienda di pubbliche relazioni per la rete fognaria, la GKP, che ha avviato una pubblicazione periodica gratuita chiamata manhoru kādo マンホールカード (ritirabile a Ōsaka presso l’ATC Green Ecoplaza). Mi si scalda il cuore, se qualcuno è arrivato a realizzare un mini catalogo periodico significa che non sono sola: nel mondo ci sono altri adoratori del tombino! Poco importa se subito dopo leggo la postilla “causa COVID19 la distribuzione è interrotta fino a data da destinarsi”, ormai so che ci sono persone con le quali posso parlare apertamente del mio interesse, persone che conoscono i “Manoli” da più tempo e che potranno fornirmi informazioni preziose in attesa che le porte dell’Ecoplaza riaprano ai fan.

città di Kawasaki, prefettura di Kanagawa

Mi metto così in cerca di altri appassionati. Il primo che incontro è Masayoshi-san, un ragazzo sulla trentina che fa il cameraman per una web-tv. Quando viaggia per lavoro  ama fotografare i tombini, specie quelli con decorazioni di animali. Mi dice di non esser un esperto, ma secondo le sue informazioni il primo tombino colorato è comparso nel 1977 a Naha, nella prefettura di Okinawa. «Prima la gente collegava i tombini all’idea della sporcizia e del cattivo odore e per dissipare  questa immagine negativa hanno cominciato ad abbellirne alcuni con dei motivi tradizionali.» 

La seconda persona con cui parlo è Yui, una ragazza di Tōkyō che aspira a diventare “influencer del tombino”, ha un profilo Instagram seguito da 5000 persone, «ma ho ancora tanto da imparare» si schermisce, e  ha già postato la bellezza di 1900 foto dell’amato soggetto. Dice di non essere interessata tanto agli aspetti tecnici quanto alla parte estetica della faccenda e spera d’incuriosire sempre più persone. «In media un mio post va dai 250-300 ai 500 like. Quelli che finora hanno riscosso più successo sono i tombini dei Pokemon, ma il mio preferito sta a Nishi-Tōkyō, è una volpe su uno sfondo grigio chiaro. In realtà sempre nello stesso quartiere c’è una serie con lo stesso stile dedicata agli insetti, sono dovuta tornarci tre volte per trovarli tutti». Siamo su due lunghezze d’onda diverse, ma la ringrazio per la generosità con cui condivide il suo patrimonio fotografico.

È solo con l’incontro del terzo fan, o forse dovrei dire esperto, che mi si aprono finalmente le porte della conoscenza. Storico e profondo conoscitore dei tombini, è schivo come tutti coloro che hanno trascorso la maggior parte della vita chini sui libri. Si presenta con il suo nome, ma mi prega di non rivelarlo, perciò per convenzione lo chiamerò il professore.

«Innanzitutto», mi informa, «secondo la Japan Ground Manhole Association, questa usanza di abbellire i tombini risale agli anni ’60, quando la Divisione Fognatura Pubblica del Ministero delle Costruzioni propose che ogni comune realizzasse un tombino con un proprio design originale al fine di “migliorare l’immagine dell’attività fognaria e attrarre i cittadini”. Tuttavia il primo tombino di design sarebbe apparso nel 1978 e il primo tombino colorato nel 1981. Poi dal 1986 e il 1993 sono state indette una serie di gare per la creazione di design-manhōru-futa デザインマンホール蓋 (cioè coperchi di design per tombini), e la cosa si è diffusa in tutto il Paese.»

città di Kawasaki, prefettura di Kanagawa

Mentre parla mi domando come mai il Giappone abbia avuto l’ esigenza di promuovere l’immagine del settore fognature e lui, come se mi avesse letto nel pensiero procede: «Non si tratta solo di un’iniziativa celebrativa e di abbellimento, come si potrebbe pensare,  in realtà il Giappone considera la tecnologia e gli esperti del settore fognario strategici per lo sviluppo del “business dell’acqua” e aspira all’export e alle collaborazioni internazionali. Per esempio nel 2010 è nato un “Gruppo di studio per far conoscere alle persone il vero valore della rete fognaria” e dal 2014 si svolge il Manhole Summit per riunire persone del settore pubblico, finanziario e privato.» 

Ma certo, come ho fatto a non pensarci?! I “Manoli” sono diventati testimonial della tecnologia nipponica e come tali devono avere un bell’aspetto. 

«Attenzione però», mi dice il professore, «non pensi che questo utilizzo di denaro pubblico piaccia a tutti, se da un lato ci sono moltissimi amanti del design dei tombini, a partire dal 2010 sono sorte parecchie voci  di protesta. Ma comunque, io dico che il Paese sta facendo un buon investimento, non crede?» 

città di Miyoshi, prefettura di Hiroshima

Provo a rispondere, ma evidentemente si trattava solo di una domanda retorica perché il professore continua la sua spiegazione. «Lei mi chiedeva anche della numerazione, giusto? Vede i pozzetti sono generalmente installati in corrispondenza di giunzioni e confluenze di condotte sotterranee. Fondamentalmente, anche se con qualche differenza a seconda dei comuni, i numeri e le lettere contengono le seguenti informazioni: 1) anno di posa della rete fognaria 2) numero di identificazione del pozzetto 3) area di installazione del pozzetto 4) funzione del tubo fognario (sotto ci scorre acqua piovana, acqua di scarico?) 5) quanto peso possono sopportare. Grazie a questa numerazione gli addetti ai lavori possono identificare il pozzetto con facilità e recarvisi rapidamente in caso di incidenti. Tutto chiaro? »

Chiarissimo direi. Con queste spiegazioni ho appagato alcune delle mie curiosità e certamente il resto lo farà l’esperienza diretta. Ringrazio vivamente il professore ed esco sicura che, la prossima volta che incontrerò un “Manolo”, ora che parlo un po’ la sua lingua, potrò scambiarci quattro chiacchiere. 

Maggio 2021

Potete visionare i 750 modelli di tombini fino ad oggi pubblicati sui manhōru kādo a questo link. Fatemi sapere qual è il vostro preferito!

In copertina tombino della città di Mihara, prefettura di Hiroshima.

NOTE

1.Secondo la GKP in Giappone esistono 1 milione e 500 mila coperchi di pozzetti idrici, di cui 12 mila sono di design.

8 pensieri su “Divagazioni sui tombini”

  1. Molto interessante. Sicuramente i numeri sui tombini non potevano essere casuali. E’ sempre vero che si può esprimere il bello e capire
    la storia dell’uomo anche attraverso oggetti “secondari”

    Piace a 1 persona

  2. Il primo commento è stato fatto da altra persona.
    Il mio commento: “Articolo molto scorrevole ed interessante. Ignoravo che esistessero i tombinologi. Complimenti all’autrice e, ovviamente, anche a loro”.
    Il tombino per me più bello ? A parte il “fuori concorso” con l’autobotte dei pompieri, mi sono piaciuti, in particolare, quelli con il sole ed il gabbiano, inserito verso la fine dell’ultima pagina, e quello con i limoni, che sembra avere lo scopo di sublimare l’olezzo che potrebbe fuoriuscire da “cotante profumate bocche”, come spesso accade in parecchi quartieri di città italiane! Come va in Giappone ?
    Al prossimo, mi auguro “fragrante”, articolo.

    Piace a 1 persona

    1. Ahahah, questo tema dei tombini è davvero uno spasso per me e il divertimento continua con questo commento “sublimare l’olezzo” 😂 A dire il vero non ho mai sentito cattivo odore venire da laggiù, almeno le volte in cui mi sono fermata a fotografarli. In Giappone va bene, considerato il periodo. Al prossimo articolo 😉

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