Pellegrinaggio 88 Templi Settsu

Diario di un pellegrinaggio. Giorno 3

Proseguo il mio cammino, determinata più che mai a completare la visita a tutti gli 88 templi. Ma a quale scopo andare a caccia di piccoli luoghi di culto che offrono poco alla vista? Personalmente è in questo modo che esercito la curiosità, affinando lo sguardo e scoprendo che la strada a volte riserva una sorpresa proprio dove sembra non esserci nulla. I luoghi privi di eccessiva bellezza a mio avviso hanno poi un altro vantaggio: la possibilità di isolare pochi dettagli alla volta e di studiarli a fondo, come in un laboratorio di ricerca. E così, tassello dopo tassello, costruisco in modo del tutto personale il dialogo con la città.

Jizōin 地蔵院, tempio n .31

«Non avevo mai visto una cosa del genere in 60 anni!» L’inserviente del tempio, che dieci minuti fa mi ha fatta accomodare, ha assunto l’espressione di una bambina spaventata. Mi sta raccontando del settembre 2018, quando sotto le raffiche di quello che i meteorologici hanno definito il tifone più devastante degli ultimi 25 anni, un ramo del grande ginkgo biloba del cortile si è spezzato sfondando il tetto col frastuono di una bomba. Faccio di si con la testa più volte, quel giorno ero in casa e ricordo perfettamente la paura per le pareti che tremavano come fossero paraventi di carta. Nel giro di un’ora le raffiche di vento hanno messo in ginocchio la città intera: una petroliera à stata trascinata fino a  schiantarsi contro il ponte dell’aeroporto internazionale, nel  cielo sono volate insegne e tegole che hanno spaccato i vetri delle case e dei negozi e purtroppo per qualcuno non c’è stato niente da fare. 

Poster all’interno del Jizōin raffigurante il giudizio. Lo specchio davanti al quale è posta l’anima rivela tutte le azioni della vita passata

Sarà forse l’empatia che si crea fra due persone che hanno scansato lo stesso pericolo, o forse il fatto che al Jizōin  – tempietto di  periferia che assomiglia a una sala riunioni condominiale – di stranieri se ne vedono pochi, ma dopo la chiacchierata la signora mi dice di attendere e torna indietro con una guida completa del pellegrinaggio, che mi mette in mano. Rifiuto il dono, ma lei insiste affinché lo accetti, pregandomi solo di non diffondere la notizia che  al tempio si regalano gratuitamente le guide. Poi mi conduce in giardino, un fazzoletto di terra che come in moltissimi templi buddisti ospita il cimitero, e restiamo un po’ in silenzio a osservare i rami ormai potati del ginkgo, mentre una gatta arruffata mi si strofina sulle gambe. Lungo la parete corta del recinto c’è un’unica tomba antica, forse quella del monaco fondatore di questo tempio «che  diversamente da molti santuari del pellegrinaggio, non fa riferimento a nessuna sede centrale», mi informa lei. In effetti, ora che ci penso, la guida diceva Shingonshū tanryū 真言宗 単立, cioè “corrente Shingon”, “autonomo”, ma non ne avevo afferrato il senso. Vado via con la promessa, sincera nel mio cuore, di tornare a fare vista a chi mi ha offerto un’accoglienza tanto affettuosa. 

Wakōji 和光時, tempio n.3

Mi inoltro a piedi nella zona Ovest della città (una parte di Ōsaka che non conosco molto bene), una periferia anonima  e priva di qualsiasi grazia, ma anche molto vitale: impalcature, palazzine in costruzione, lavori stradali, rumori di martelli pneumatici ovunque. Quando giungo al Wakōji, come per il Jizōin, trovo un ingresso che non ha nulla di maestoso e sembra piuttosto una porta secondaria che si perde nel grigio del cemento. 

Eppure bastano pochi passi e il viale si apre su uno scorcio poetico: una camelia profumata spicca quasi fosse una perla sullo sfondo di un albero di ciliegi e, pochi metri più in là, fa capolino una nicchia frugale ma dall’aura intensa, con tante statuette grezze, ornate di bavaglini e cappellini rossi, sormontate da più file di lanterne di carta azzurra e bianca dove a ripetizione si legge la scritta Jizō, Jizō, Jizō (地蔵), il protettore dei condannati agli inferi, onnipresente in Giappone. 

Nei racconti buddisti il destino delle anime che trascorrono un periodo di redenzione nello jigoku 地獄 (inferno), viene immaginato come l’esito di un confronto fra la divinità Enma, che lo governa, e Jizō. Mentre il primo applica la giustizia e decide la condanna, il secondo, con la sua misericordia, al pari di un avvocato difensore, intercede per ottenere uno sconto della pena. Sono due figure apparentemente opposte, ma un passaggio di un racconto medievale svela la certezza di una salvezza anche nella realtà infernale più buia: «Tu vuoi sapere – disse – chi sono: sono Enma, il re degli inferi. E colui che voi, in terra, chiamate Jizō, il salvatore delle anime, ebbene, quello sono io»1.

Nicchia dedicata al bodhisattva Jizō

I ricordi riaffiorati davanti a questa piccola nicchia sarebbero più che sufficienti a lasciarmi soddisfatta della visita, ma esploro ancora un po’ al piacevole suono della ghiaia sotto i passi. E le sorprese non sono finite: alla fine del viale c’è un ampio cortile circondato da un padiglione imponente – ma è troppo nuovo per destare qualche emozione – e da un laghetto con giardino. La stele all’ingresso recita: Paradiso di Amida. Il Wakōji appartiene alla scuola Jōdo 浄土 che significa Terra pura, come viene chiamato il paradiso dell’Ovest che sta al di là del mare. Inferno e Paradiso, nella rappresentazione di questa corrente del buddismo, sono perfettamente speculari: tanto è inestricabile l’uno, quanto è  divinamente armonioso  l’altro. Al suo centro risiede il buddha Amida, dal quale si  irradia, in perfetto ordine geometrico, una schiera di bodhisattva. 

Passeggio per ammirare le pietre monumentali disposte attorno al laghetto e poi attraverso il ponticello fino alla teca vermiglio, probabilmente simbolo della dimora di Amida. Il silenzio e i riflessi della teca nell’acqua hanno un potere calmante e per qualche momento è come trovarsi davvero in una dimensione altra. Un visitatore solitario, forse un pellegrino come me, si ferma a scattare delle foto.

Una rappresentazione della Terra Pura, il pradiso di Amida

Kōyaji 高野時, tempio n. 27

Per raggiungere l’ultimo sito del breve tour di oggi prendo un autobus, evento per me abbastanza raro dato che per un vecchio retaggio, legato ai tempi in cui non parlavo la lingua, temo ancora di sbagliare fermata (cosa in verità abbastanza difficile data la voce preregistrata che annuncia ogni stop in giapponese e in inglese). Durante il breve tragitto leggo la guida: il Kōya-ji, come si intuisce dal nome, ha un legame diretto con il solenne complesso templare del Kōya-san 高野山 (monte della penisola di Wakayama, a un’ora circa da Ōsaka), dove nel 826 d. C. il monaco Kūkai costruì la sede centrale della scuola Shingon e dove anche il Kōyaji dimorava inizialmente sotto un diverso nome. Il trasferimento in città risale alla fine dell’ 800 e fu fatto per agevolare i numerosi fedeli che viaggiavano da Ōsaka. 

Quando arrivo, la storia alle spalle del tempio e ciò che mi trovo davanti  non potrebbero stridere maggiormente. A dispetto di un ingresso abbastanza ampio tutto si riduce a una scalinata breve e ripida con in cima una cassetta per le offerte messa davanti a una vetrata chiusa che preclude l’accesso alla sala interna. Le dimensioni del santuario sembrano ancora più modeste a causa delle grandi statue ereditate, suppongo, dal tempio originale. Tra le altre, ai lati della vetrata, ci sono le teche dei due Niō, protettori del Buddha, che riesco a mala pena a osservare frontalmente, ma di cui scorgo il legno grigiastro, coperto ancora in parte dalla  vernice rossa, e l’aspetto feroce, nonostante il lavoro del tempo e la polvere incrostata sulle pupille. Sotto la scalinata, ci sono invece un Mizuko Jizō 水子地蔵 – l’emanazione del bodhisattva che protegge le anime dei bambini – con copricapo e bavaglino  bianchi, (più comunemente sono rossi), e una statua dalle fattezze femminili. È l’inconfondibile Kannon 観音, il bodhisattva della misericordia, un’altra “super star” del pantheon buddista amata e venerata in tutta l’Asia. L’elemento che più di ogni altro contrasta con il santuario è il parcheggio auto sotto la scalinata: non so se mi abituerò mai alla mescolanza utilitaristica fra sacro e profano che i giapponesi applicano con tanta nonchalance.

  1. Le maggiori fonti di questo articolo sono state Il pensiero giapponese classico di Massimo Raveri, che ho già citato in una precedente tappa del pellegrinaggio, e il sito  molto completo www.onmarkproductions.com

INFORMAZIONI PRATICHE ESSENZIALI

Schermata della mappa del sito ufficiale del pellegrinaggio

Jizōin, tempio 31

Scendete alla fermata Taishō della linea verde (Nagahori-tsurumi-ryōcuchi-sen). Il tempio dista circa dieci minuti a piedi e sarà meglio affidarsi a un navigatore.

Wakōji, tempio 3

Personalmente ho percorso a piedi i circa 20 minuti che separano i due templi. Diversamente scendete alla fermata Nishi-Nagahori della metropolitana, linea rosa (Sennichimae-sen) e linea verde (Nagahori-tsurumi-ryocuchi-sen), uscita n.5.

Kōyaji, tempio 27

Se state seguendo il mio tragitto prendete l’autobus n. 55 alla fermata Tosabori 2 chōme (alcuni metri a destra dell’ingresso del Wakōji) e scendete dopo 4 fermate a Shiragabashi. Proseguite a piedi fino al grande incrocio e girate a destra. Dopo pochi minuti vedrete il Kōyaji sul lato opposto della strada. Il tempio è anche abbastanza vicino al Museo della Scienza e al Museo di Arte contemporanea, per cui può essere la meta di una breve passeggiata di svago dopo una visita ai musei. 

2 pensieri su “Diario di un pellegrinaggio. Giorno 3”

    1. Anche a me è oiaciuta moltissimo, e dal mio punto di vista, conoscendo la figura si Jizō non si può non provare simpatia per questo piccolo monaco che in realtà è una vera e propria divinità. Jizō è anche il protettore dei pellegrini, perciò un compagno di viaggio perfetto.

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