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Il corpo e la città 2, Festival Tower

Fare del proprio corpo uno strumento di misurazione della città è un tentativo di compenetrarne la natura. Una passeggiata ci fa conoscere gli spazi in termini di tempo e magari, un po’ per curiosità, un po’ per abitudine, ci porterà a memorizzare la successione delle case, degli uffici, dei negozi; ma rapportare la realtà in cui ci si muove alle proprie gambe e braccia significa sentire la città sulla pelle, indossarla come un abito, non limitarsi a leggere dei numeri in qualche guida, ma diventare coscienti del senso che hanno quelle cifre, percepirle a livello sensoriale, fissare dei dettagli che erano rimasti nascosi, sentirsi quasi un tutt’uno con la città stessa e infine amarla ancora di più.

Un prato di mattonelle, Nakanoshima Festival Tower

Mi riparo dal sole sotto i portici della Festival Tower e me ne sto lì a guardarmi intorno, le spalle e un piede appoggiati contro il muro. Inizio poi a camminare lentamente, con lo sguardo fisso a terra, e a contare. «Uno, due, tre, quattro, cinque…sette…undici, diciotto, venti, venticinque, no aspetta, ventiquattro… Uff, daccapo. Un, due, tre, qua’, cin’, sei, set’, ott…. dieci, venti… trentacinque… quaranta, cinquanta.» Appunto tutto sul frontespizio di un libro e ricomincio dalla parte lunga del portico. «Uno, due, tre… dieci, venti, trenta… cinquanta… cento, centotrenta, duecento, duecentosessanta, trecento, trecentocinquanta… trecentocinquantanove.» E ripeto l’operazione su tutti i lati dell’edificio. Per accelerare un po’ il processo cerco delle regolarità geometriche, per esempio l’equidistanza fra le colonne del portico, così da moltiplicare la cifra ottenuta per il numero di moduli presenti, ma in assenza di strumenti di precisione mi ci vogliono ben trenta minuti per portare a termine tutti i calcoli. Il numero finale è approssimativamente 80.000: ottantamila mattonelle che sembrano un prato d’autunno coperto di foglie. Scatto una foto e passo a contare le colonne (41), quindi sono pronta per entrare. Avrò varcato questa soglia almeno un centinaio di volte, ma solo oggi mi accorgo che la pavimentazione esterna si estende alla hall, al piano seminterrato, ovunque! Rimango a bocca aperta perché avverto la sproporzione fra me e ciò che mi circonda. È come se ora questo numero sconfinato di mattonelle fosse la cifra della metropoli e dei suoi grattacieli, una sorta di cabala fatta dalle migliaia di ore di lavoro per il progetto, il rendering, la produzione, i permessi, le autorizzazioni, la scelta dei materiali, gli ordini, la logistica, la messa in opera, la messa in posa. Mi sento improvvisamente stanca. Salgo al primo piano lungo la scalinata coperta da una moquette rossa (50 gradini), e mi siedo su una delle panchine messe lungo la parete per riposare un po`. I miei piedi coprono una mattonella e mezza. Cerco qualcosa nella borsa, trovo un foglio A4 e lo poggio sul pavimento: due mattonelle misurano esattamente 59,4 cm. Faccio un respiro profondo, devo obbligarmi a fermare la mente e a stare lì a guardarmi intorno, le spalle e la testa appoggiati contro il muro.

Fermarsi a osservare è un lusso che capita di rado, smettere di andare verso qualcosa, ma stare in quella cosa, in quel  momento. Accorgersi improvvisamente della natura di un luogo tanto familiare quanto sconosciuto: le colonne che supportano la struttura, il rivestimento delle pareti di mattoni color pastello che fanno da controcanto al prato di mattonelle, la luce radente, l’atmosfera generale di sobrietà. In questa sorta di tempio urbano il caos e il rumore vengono in parte attutiti e il tempo rallenta, tutto sembra studiato per accogliere senza apparire, per velare più che svelare. Mi sintonnizzo con l’insieme e torno all’ingresso. Sulla sinistra c’è una fila di ascensori esterni incastonati dentro un parallelepipedo di vetro opacizzato, ne  prendo uno e mi lascio trasportare fino al tredicesimo piano; mentre salgo immagino i miei occhi come le pareti specchiate dei grattacieli o come l’acqua del Dojimagawa, pronti a riflettere tutto ciò che li guarda. Se salissi ancora, ai piani alti, troverei gli uffici, atomi del tessuto urbano, ma per raggiugerli dovrei effettuare un cambio di ascensore, lo シャットルエレベーター (shuttle elevator) porta “solo” fino al tredicesimo piano: natura di una metropoli!

Nakanoshima Festival Tower

  • Proprietà: Asai Shinbun;
  • design: Nikkei Sekkei srl;
  • costruzione: 2009-2012;
  • altezza: 199 m (39 piani in superficie e 3 piani sotterranei, settimo edificio in altezza della città);
  • superficie: 145,602 m2;
  • pavimentazione: 80.000 mattonelle all’esterno (2 mattonelle = un foglio A4);
  • Primo piano: 1 teatro e 4 ristoranti;
  • ascensori: in totale 37, velocità 7m/s (Shuttle elevator: 6 ascensori da 3 falcate x 3 ricoperti di moquette);
  • piano 13: sede dell’Asahi shinbun, 8 ascensori per i piani dal 15 al 26 (della dimensione di 3 falcate x 4 con pavimento in legno); 8 ascensori per i piani dal 26 al 37; un caffè, una sala ristoro con 9 tavoli, un’area fumatori e un giardino esterno dimora di una statua di bronzo molto bella, ma che passa per lo più inosservata;
  • uffici: 111;
  • lavoratori: 12.000 al giorno;
  • ristoranti e negozi: 50 (solo al dodicesimo piano a titolo esemplificativo: 1 ristorante, 1 mensa, 1 コンビニ (“conbini”, convenience store), 1 farmacia, 1 caffè, 1 centro culturale, 1 palestra);
  • luoghi e cose che preferisco: Delfonics, negozio di cancelleria a piano terra, la salita con lo shuttle elevetor, À bientôt (panyasan, panificio e caffè) al piano -1; pranzare sulla terrazza del dodicesimo piano. I bagni (perché sono comodi e pulitissimi, come quasi tutti i bagni giapponesi, ma soprattutto perché sono l’unico posto dove nei giorni feriali si può sfuggire alla gente, all’interno di una struttura che da sola accoglie più persone di interi comuni italiani).

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