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Misono biru 味園ビル, viaggio nella notte.

La città è una grande scatola, anzi, un insieme di scatole da scoperchiare e scoprire, una, cento, mille volte.

foto di viviane – okubo

L’effetto che mi fa passeggiare di notte per certi quartieri di Ōsaka è quello di attraversare un corridoio a luci a neon intermittenti; a ogni passo c’è una porta, a ogni porta un passaggio segreto a un’altra galassia. Dietro le soglie locali , ristoranti, bar: un immenso sistema di attività che si animano al calare del sole simili a pianeti lontani. Io li chiamo i “multiversi di Ōsaka”. Sono luoghi sempre in bilico fra realtà e finzione, collage fatti da pezzi di altre epoche, da pezzi di altre estetiche, da pezzi di plastica, di vetro, di storie. Luoghi dove regna il gusto del trasgressivo e dell’eccentrico e non di rado aleggia una traccia di vecchiume indelebile. I giapponesi lo chiamano nare, “lustro delle mani”, spiega Tanizaki nel suo Libro d’ombra. Infatti, prosegue, per essere eleganti non bisogna temere la sporcizia, perché la patina e gli scurimenti che si posano sugli oggetti toccati e accarezzati da molte mani, seppur prodotti da depositi di morte stagioni, ci ricordano il passato e la vastità del tempo.

Misono biru 2006 

È una sera di primavera, il turno è appena terminato, «Vieni, ti porto in un posto assurdo» mi fa un collega e io lo seguo, senza pensarci. La vita per me è ancora una linea retta, il tempo che ho davanti mi sembra illimitato, non penso di scrivere della città, né penso che qualcuno possa essere interessato a leggerla. Quell’invito cambierà tutto. Attraversiamo Uranamba per viuzze che paiono rovi, sull’asfalto il riflesso di ideogrammi sconosciuti. A quest’ora i salary men iniziano a confluire nei locali, mentre nell’aria sale il rumore di piatti e bicchieri. Tutto si svolge come sempre, secondo le convenzioni del tempo che segue il lavoro, eppure quella sera, tra i fumi delle cucine e le risate alticce, ci è rimasto impigliato anche qualcos’altro, come un’eco lontana che chiama proprio noi due. Il posto assurdo emerge così, da questo groviglio. È un parallelepipedo rosso e opaco, senza finestre, con delle stravaganti fioriere a ogni piano. Nell’atrio scroscia l’acqua di una fontana e una rampa a spirale, abbellita da una ringhiera, porta all’interno. «Ora vedrai» dice laconico il mio collega e mi fa strada. Saliamo. Al primo piano si apre un altro piccolo atrio con in fondo pochi scalini di una tinta verde scrostata, sulla ringhiera e sul marmo alle pareti adesivi attaccati ovunque. Facciamo gli ultimi passi che ci separano dall’anima dell’edificio e ci troviamo davanti a un corridoio stretto. Lo ricordo storto e costellato di cabine, come quello di una nave, solo che non sono camere, ma locali grandi come sgabuzzini. Tutto ha un’aria sporca e trasandata, accumulo di cose vissute e abbandonate, accozzaglia di linguaggi e sottoculture. Me ne innamoro all’istante. «Di qua», dice il mio collega aprendo una porta, e mi presenta il “Namida no itarian tsuisuto”, 涙のイタリアンツイスト, l’universo dove passeremo la serata.

«Irasshaimase, benvenuti! La tariffa d’ingresso è 500 yen. Cosa prendete?» Guardo il barista, la sua brillantina, gli arredi, la musica. «Un Baileys con ghiaccio, grazie.» «Eccolo qua. Di dove siete?» «Lui americano, io italiana.» Poi, senza aspettare la sua reazione dico: «Senti, ma perché il locale si chiama “Lacrime di twist italiano”?» «Ah il nome? È il titolo di una canzone. La metto su?» Faccio di sì con la testa e parte una musica a metà fra un enka1 e un twist. «Sha La La La, Sha La La La» ridiamo, cantiamo. Siamo nella realtà eppure nella finzione della realtà, alle soglie della notte e dei suoi segreti. Non ricordo se beviamo ancora, se restiamo poco o a lungo, ma non dimenticherò più questo posto. Ne conservo ancora gelosamente il biglietto da visita, come il ricordo della prima volta al Misono building, il luogo che ha seminato in me la voglia di raccontare Ōsaka.

Misono biru 2020  

Biru ビル viene dall’inglese building, mentre Misono 味園 significa, su per giù, “parco, giardino dei divertimenti”. Il primo kanji, “mi” 味 , sta per gusto, sapore, ciò che piace, ma anche stile, atmosfera, esperienza. Il secondo kanji 園, letto “sono”, significa “campo”, “giardino”, ma anche “un’area progettata per un determinato scopo”. È un nome davvero appropriato per questo posto stravagante. Quando sono tornata a Ōsaka nel 2016, una delle prime cose che ho cercato è stata il Namida, ma il locale non compariva sul navigatore e ho finito per credere che l’intero edificio fosse chiuso per sempre. Ritrovarlo, alcuni anni, dopo con i suoi interni sporchi e imbellettati è stato come trovare mille regali sotto l‘albero di Natale. D’istinto avrei voluto scartarli tutti, ma poi ho deciso di gustarli con calma a mano a mano che si presentavano le occasioni.

Francesca mi ha portata all’Encounter, che sta alla fine del corridoio, sulla destra, ed è un locale algido, dove si balla tecno su una pista di due metri quadrati. Alessio mi ha fatto scoprire il Dendo, dove al banco ci sono tante consolle funzionanti di video giochi arcade. Anche Veronica mi ha mostrato il suo posto del kokoro2, il ZZ bar, gestito da un signore anziano che suona musica country e serve whisky. Su Youtube girano video di vecchi spot pubblicitari della sala ricevimenti Party Heaven e del cabaret “per adulti” Universe, una volta pilastro della vita notturna di Ōsaka. Una sera per gioco mi sono messa a contare il numero di locali concentrati al primo piano, mentre altri avventori si aggiravano curiosi per i corridoi. La verità è che il Misono è come un museo allestito sui relitti delle notti e dei decenni. Non mi stupirei se una volta, camminando fra teste di cervo imbalsamate e poster dal gusto gotico, ne vedessi spuntare i fantasmi.

Misono biru

Anno di costruzione 1955

Piano 1 Circa 50 fra locali e pub

Piano 2 Hotel Misono

Piano strada Sala ricevimenti Party Haeven e Universe live house, nel 2015 set  del film Misono Yunibasu 味園ユニバース, in inglese “La la la at Rock Bottom”.

NOTE PER I CURIOSI

1. L’enka 演歌 è un genere musicale tipicamente giapponese nato nel XX secolo che affonda le proprie radici nella musica tradizionale. Diventato popolare dopo la seconda guerra mondiale, affronta tematiche come tristezza, amori perduti o prove difficili. Artisti di spicco sono Saburō Kitajima e Sachiko Kobayashi. Ma se penso all’enka mi pare sempre di sentire le parole di Misora Hibari: “Ikiru no ha tabisuru koto” 生きるのは旅すること “vivere significa viaggiare”, cioè allontanarsi dal posto natale per seguire la propria strada.

2. kokoro 心、cuore

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